"Whoso would be a man must be a non-conformist
and preferably play in the pack."
(Ralph Waldo Emerson)

"He who sheds his blood with me shall be my brother".
(William Shakespeare)

"If you can't take a punch, you should play table tennis."
(Pierre Berbizier)

"Let's play football. Rugger, not soccer football"
(An Oxford student, 1863)

martedì 25 marzo 2014

80.000 di qua, 80.000 di là

Notizie che si rincorrono e si sovrappongono perché a distanza di nemmeno due settimane dalle celebrazioni irlandesi per la vittoria nel 6 Nations, accompagnate dai saluti per Brian O'Driscoll che nel suo one more year è riuscito ad aggiungere un ultimo titolo con la propria nazionale in bacheca, ecco che dal sud della Francia giunge voce che Jonny Wilkinson lascerà il campo a fine stagione. Potrebbe finire in tribuna come dirigente del Tolone, staremo a vedere. Due icone di un rugby recente eppure ormai passato, basta soltanto dare un'occhiata ai match della World Cup del 2003 per farsene un'idea chiara: la velocità del gioco, le regole del gioco, le tattiche di quel gioco - ai mediani di mischia l'arbitro non ordinava di giocare l'ovale dopo cinque secondi che era fuori dalla ruck, per esempio, mentre il 9 ordinava alle guardie di piazzarsi come si comanda per garantire all'apertura di droppare verso i pali. La mischia è stata vista e rivista, con due cambiamenti repentini nelle modalità di ingaggio iniziati con le Expertimental Law Variations testati nell'Emisfero Sud, qualcuna in seguito adottata, qualcun'altra scartata. 

Il saluto di BOD è avvenuto sotto i riflettori del Championship con un finale perfetto, quello di Wilko è ancora tutto da scrivere, non ha i contorni internazionali, ma di club nel campionato più arduo dell'Emisfero Nord. Nel frattempo nella nazionale di Stuart Lancaster (che ha vinto la battaglia, ma non la guerra, gli hanno ricordato a caldo i commentatori britannici) ha debuttato George Ford, l'ex riserva di Toby Flood (a suo tempo riserva di Wilko) nei Tigers quindi migrata a Bath dove ha il suo posto da titolare. Nella rubrica quindicinale che tratta di sport sul settimanale The Spectator, Roger Alton - executive director del Times - si è posto alcune domande nello scorso numero sul Cheltenham Festival, appuntamento immancabile per l'alta classe britannica con i cavalli, e ne ha aggiunta un'ultima, un sospiro: l'Inghilterra di Lancaster può vincere il Mondiale 2015? 

Una disanima veloce: è nel girone infernale con Galles e Australia, vincendo la pool si assicurerebbe un quarto relativamente semplice, certamente più semplice di quello che si presenterebbe se si piazzasse seconda, a quel punta sarebbe attesa al varco dai sudafricani o dai neozelandesi. I gallesi portano i segni della passata stagione: dominavano nel XV dei Lions per i Test Match contro i Wallabies, oggi la loro rappresentanza si ridurrebbe di molto - Mike Brown è preferito a Leigh Halfpenny per esempio, non solo perché ha conquistato il titolo di MVP del 6N, ma già da prima che il torneo giungesse a conclusione questa idea tecnico-tattica si era fatta strada. L'estremo gallese tira il fiato, quello inglese è una mina vagante. Ancora, il Galles con le formazioni australi ha un saldo negativissimo, il trend non pare destinato a cambiare in modo radicale da qui alla RWC 2015, anche soltanto per una mera questione di numeri incapaci di invertire nel caso il filotto negativo. Ciò detto, lo rimarca Alton, il Mondiale - così come qualsiasi partita - non si vince in quindici: gli All Blacks in finale nel 2007 hanno schierato la quarta scelta, Stephen Donald, a numero 10 causa infortuni. 

L'Inghilterra alle riserve lavora. L'Irlanda, smaltita la sbornia, dovrà preoccuparsi di trovare armonia con la prossima coppia di centri. BOD se ne va, Gordon D'Arcy resta: la barba lo faceva più stagionato, ma effettivamente l'inside centre così giovane non è. Per coach Schmidt c'è una pratica da affrontare con decisione sulla scrivania dell'ufficio. Ora, da noi è tornato a levarsi qualche sassolino dalla scarpa Andrea Lo Cicero, che alla vigilia del 6N aveva accennato al presunto clan argentino tra gli Azzurri, sollevando indignazioni e malumori tra gli addetti ai lavori della propaganda fidei dell'Italia. Proprio non c'è la voglia di mettere mano all'analisi della prestazione della squadra allenata da Jacques Brunel: la coperta è corta, si dice, e prima o poi i piedi restano così tanto allo scoperto da beccarsi una broncopolmonite fastidiosa. Si sono notati alcuni singoli (Leonardo Sarto, Michele Campagnaro, Angelo Esposito oltre al ritorno di Joshua Furno) che già si erano messi in mostra nelle apparizioni in Pro12. 

Già scritto durante i live tweeting alla voce #RRNations, ma per il resto si è trattato di gioco d'azzardo senza copertura. A proposito: un giorno troveremo un'apertura che abbia la confidenza richiesta con la porta, ne siamo certi. Non sappiamo indicare il giorno sul calendario, è un altro paio di maniche. La coperta è corta per la nazionale dal momento che lo è dietro alla nazionale: già si ipotizzava di Dogi che andassero a sostituire la Benetton Treviso in Celtic, ora riprendono quota le azioni dei biancoverdi (c'è l'insider trading del nostro Zamax che non sopporterebbe l'idea di abbandonare il Pro12 dalla sua postazione in tribuna stampa?) e nel contempo i soliti beninformati ipotizzano la partenza di Vittorio Munari da Treviso. I risultati di coppe europee sono un salasso, l'Eccellenza resta l'Eccellenza e tra il maggior campionato autoctono e l'Alto livello non c'è legame alcuno. Il rugby è sport di scontro e di usura, alcuni rimpiazzi ci sono, ma anche sulla panchina la coperta si è ristretta. A proposito, pensiero cattivo da Brown Ribbon: ma la capigliatura di Ugo Gori? E' studiata apposta per mettersi in mostra sul terreno? Ci sono gli ottanta e passa mila dell'Olimpico a fare da meri sparring partner. 

Ci sono gli ottanta e passa mila di Wembley per un incontro di cartello in Premiership, Sarries v Quins. Idee stese così, confuse. Come il rugby italiano.

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